Il decalogo del radioamatore, quasi cento anni dopo
Il decalogo del radioamatore – il manifesto di W9EEA Paul Segal, scritto nel 1928 – ha ancora un senso a quasi cento anni dalla sua stesura e con una realtà che è molto cambiata?
Io penso che il messaggio di fondo del manifesto di W9EEA sia comunque sorprendentemente attuale, anche in un contesto di applicazione che è lontano anni luce da quello di cento anni fa.
Il The Amateur’s Code descriveva il radioamatore come considerato, leale, progressista, amichevole, equilibrato e patriottico. Era un’epoca in cui la radio era una tecnologia di frontiera: i radioamatori costruivano gran parte delle proprie apparecchiature, sperimentavano continuamente e rappresentavano una risorsa tecnica anche per la società.
Oggi lo scenario è diverso sotto molti aspetti.
Innanzitutto, la radio non è più una tecnologia esclusiva. Chiunque comunica ogni giorno attraverso sistemi radio senza rendersene conto: smartphone, Wi-Fi, Bluetooth, reti cellulari, satelliti. Il radioamatore non è più l’unico a padroneggiare le comunicazioni senza fili.
Anche il profilo tecnico è cambiato. Negli anni Venti e Trenta l’autocostruzione era quasi una necessità; oggi si può essere ottimi operatori utilizzando apparati commerciali molto sofisticati. Al tempo stesso, però, si sono aperti campi di sperimentazione che Segal non avrebbe potuto immaginare: SDR, DSP, FPGA, reti IP, satelliti, comunicazioni digitali, protocolli open source come M17, Codec2, telemetria, integrazione con Linux e microcontrollori. La sperimentazione non è scomparsa: si è semplicemente spostata.
È cambiato anche il ruolo sociale del radioamatore. Nel 1928 il servizio era percepito come un laboratorio di innovazione tecnica e un bacino di competenze per le telecomunicazioni. Oggi il valore aggiunto è più difficile da comunicare verso l’esterno. In molti casi l’attività viene vista solo come un hobby, mentre continua ad avere un ruolo nella sperimentazione, nella formazione tecnica e, in alcuni contesti, nelle comunicazioni di emergenza.
C’è poi un aspetto che, ovviamente, il manifesto non poteva prevedere: Internet. Oggi la comunità radiantistica vive tanto sulle bande quanto sulle piattaforme online. Questo ha portato enormi vantaggi, ma anche dinamiche tipiche dei social network: polarizzazione, discussioni sterili, appartenenza a “tifoserie” tecnologiche (DMR contro D-STAR, analogico contro digitale, HF contro VHF…), fenomeni che mal si conciliano con quello spirito di cordialità e apertura descritto da Segal.
Se dovessi riscrivere oggi il manifesto, probabilmente manterrei quasi intatti i principi etici, ma cambierei il significato di progressista. Nel 1928 significava adottare nuove tecniche radio; oggi dovrebbe significare soprattutto comprendere la tecnologia, condividerne la conoscenza, contribuire a progetti aperti, documentare le proprie esperienze e mantenere uno spirito scientifico, evitando sia il rifiuto del nuovo sia l’entusiasmo acritico per qualsiasi innovazione.
C’è un altro aggettivo del Code che meriterebbe la stessa operazione: patriottico. Nel 1928 era naturale, in un’epoca in cui il servizio radioamatoriale nasceva anche in stretto rapporto con l’interesse nazionale. Oggi, in un hobby che vive di comunità internazionali, DX e collaborazione oltre i confini, quella parola suona quasi stonata, se la si legge alla lettera. Ma se si guarda al principio che vi stava dietro – mettere le proprie competenze al servizio della collettività quando serve – il senso è tutt’altro che superato: si è semplicemente spostato dal terreno nazionale a quello dell’emergenza. Basti pensare alle reti di radioamatori che si attivano in caso di calamità naturali, al supporto fornito dalle associazioni radiantistiche che operano nella protezione civile, o più semplicemente al singolo operatore che tiene pronta la propria stazione per un’emergenza locale: è esattamente lo stesso spirito descritto da Segal, solo con un’etichetta più adatta ai tempi. Non più patriottico, ma impegnato.
In altre parole, credo che il manifesto non sia invecchiato, perché non parlava di apparati o di modi operativi: parlava di atteggiamento. È cambiato il mondo della radio, ma l’idea che un radioamatore debba essere competente, curioso, disponibile e rispettoso rimane valida quasi un secolo dopo. Semmai, oggi è più difficile metterla in pratica, perché la tecnologia offre molte più possibilità ma anche molte più occasioni di perdere di vista lo spirito con cui dovrebbe essere utilizzata.
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