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Se si guarda al contesto storico, il “packet” in ambito radioamatoriale non è semplicemente un’unità tecnica, ma rappresenta un vero cambio di paradigma. A partire dalla fine degli anni ’70, con la nascita del packet radio, i radioamatori si trovarono tra le mani uno strumento straordinariamente avanzato per l’epoca: una forma di comunicazione digitale a pacchetto che anticipava di anni – se non di decenni – il concetto di rete dati wireless così come lo intendiamo oggi.

In un periodo in cui le reti erano ancora prevalentemente cablate e confinate a contesti accademici o militari, la possibilità di trasmettere dati strutturati via radio, su un mezzo instabile e condiviso come l’etere, rappresentava qualcosa di radicalmente nuovo. Il packet radio può quindi essere visto, a tutti gli effetti, come la prima forma concreta di internetwork wireless, costruita non da grandi infrastrutture, ma da una comunità distribuita di sperimentatori.

È proprio in questo contesto che nasce il concetto di “packet” così come lo intendono i radioamatori. Non si tratta semplicemente di un blocco di dati, ma di un’unità pensata per sopravvivere a un ambiente ostile: interferenze, rumore, fading, collisioni tra segnali. A differenza di un collegamento continuo, il packet introduce un’idea fondamentale: ogni informazione viene spezzata in parti autonome, ciascuna delle quali può viaggiare indipendentemente, essere verificata e, se necessario, ritrasmessa.

Nel mondo del packet radio, questo concetto trova la sua realizzazione nel protocollo AX.25. Ma al di là dei dettagli formali, ciò che conta è la filosofia: ogni packet è un “messaggero” autosufficiente, che porta con sé tutto il necessario per arrivare a destinazione.

Com’è fatto un ‘pacchetto’

Senza entrare nei formalismi binari, un packet AX.25 ha una struttura ben precisa, pensata per funzionare su un canale radio reale.

All’inizio e alla fine ci sono dei flag, sequenze speciali che permettono al ricevitore di sincronizzarsi e capire dove inizia e finisce il pacchetto. Subito dopo troviamo il campo indirizzi: contiene prima il nominativo del destinatario e poi quello del mittente – nell’ordine opposto a quello che istintivamente ci si aspetterebbe – eventualmente seguiti da una lista di digipeater che il packet deve attraversare. Questa struttura, ereditata dall’HDLC, consente ai nodi intermedi di leggere immediatamente la destinazione senza dover analizzare l’intero frame.

Segue il campo di controllo, che indica il tipo di frame (informazione, conferma, richiesta di connessione, ecc.), e nei frame informativi anche un campo Protocol ID, che specifica quale protocollo di livello superiore è incapsulato (TCP/IP, NET/ROM e così via). Poi c’è il payload, cioè il contenuto vero e proprio: testo, comandi, dati di rete.

Infine, elemento fondamentale, c’è il controllo di errore, chiamato FCS (Frame Check Sequence): un numero a 16 bit calcolato su tutto il frame che permette al ricevitore di verificare se il packet è arrivato integro. Se non lo è, viene scartato senza tante cerimonie. Questo meccanismo, apparentemente semplice, è ciò che rende possibile una comunicazione affidabile su un mezzo intrinsecamente inaffidabile come la radio.

Ma come viaggia fisicamente tutto questo nell’aria? Un packet AX.25 è, in fondo, una sequenza di bit – zero ed uno. Per trasmetterli via radio, quei bit devono essere convertiti in un segnale audio, e l’audio deve modulare la radio. Il metodo usato nel packet radio classico è l’AFSK, Audio Frequency Shift Keying: lo stesso principio dell’RTTY, applicato al packet. In pratica, uno zero e un uno vengono rappresentati da due toni audio distinti – in VHF i valori standard sono 1200 Hz per il mark (bit 1) e 2200 Hz per lo space (bit 0), secondo lo standard Bell 202 – e questi toni vengono trasmessi tramite una radio FM a 1200 baud. La velocità è modesta, paragonabile a quella di un vecchio modem telefonico degli anni ’80, ma è più che sufficiente per i testi e i dati brevi che costituiscono il traffico tipico del packet.
In HF invece, dove la banda passante è più stretta e le condizioni di propagazione più ostili, si usa uno shift molto più contenuto: i toni più comuni sono 1600 Hz per lo space e 1800 Hz per il mark, separati da soli 200 Hz, alla velocità di 300 baud, trasmessi in SSB. È un sistema semplice ed elegante: la radio non sa nulla di pacchetti o protocolli, si limita a trasmettere dei toni audio, e tutto il resto lo fa il TNC.

Il ruolo del TNC

Per rendere tutto questo utilizzabile nella pratica serve un elemento chiave: il Terminal Node Controller, o TNC. Si tratta, in sostanza, di un “modem intelligente” che si occupa di codificare e decodificare i packet AX.25, gestire la temporizzazione delle trasmissioni, controllare gli errori e fare da ponte tra il computer e la radio.

Nei sistemi classici, il TNC era un dispositivo hardware dedicato, con un proprio microprocessore e firmware. Si collegava da un lato al computer tramite porta seriale RS-232, dall’altro alla radio tramite audio e linea PTT. Era lui a gestire tutta la parte “di rete”, mentre il computer si occupava solo dell’interfaccia utente – al limite, bastava un terminale video.

Con il tempo, questa funzione è stata progressivamente assorbita dal software. Oggi è comune utilizzare TNC software, implementati tramite programmi che lavorano con la scheda audio del PC: la modulazione e demodulazione AFSK avvengono via audio, il protocollo AX.25 è gestito interamente in codice. Questo ha reso il packet molto più accessibile, eliminando la necessità di hardware dedicato e aprendo la strada a implementazioni su qualsiasi PC, Raspberry Pi o smartphone.

Packet radio come rete

Una delle caratteristiche più innovative del packet è che non è solo un modo di trasmissione, ma un vero sistema di rete. I packet possono essere ricevuti e ritrasmessi da digipeater, instradati attraverso più nodi e memorizzati temporaneamente in modalità store & forward. Questo significa che non serve un collegamento diretto tra due stazioni: il messaggio può attraversare la rete passando di nodo in nodo, esattamente come avviene su Internet. E con sistemi come Net/ROM e FlexNet, i nodi imparavano autonomamente quali percorsi erano più affidabili, introducendo un routing dinamico sorprendentemente sofisticato per l’epoca.

L’evoluzione e lo stato attuale

Con l’arrivo degli anni ’90 e la diffusione di Internet commerciale, molto più veloce e semplice da usare, il packet radio tradizionale ha progressivamente perso importanza operativa. Le BBS radio, i nodi Net/ROM e le reti diffuse sono andati lentamente scomparendo o sono rimasti attivi solo in contesti molto specifici.

Oggi il packet non è del tutto scomparso, ma sopravvive principalmente in una forma evoluta e radicalmente semplificata: l’APRS, Automatic Packet Reporting System. L’idea nacque nei primi anni ’80 da Bob Bruninga, WB4APR, ricercatore alla United States Naval Academy, che nel 1984 usò per la prima volta un sistema di questo tipo per tracciare la posizione dei cavalli in una corsa di resistenza da cento miglia. Negli anni successivi il progetto si affinò, prese il nome di APRS nel 1992 e si diffuse globalmente con l’arrivo del GPS consumer.

L’APRS utilizza ancora AX.25, ma con una filosofia completamente diversa dal packet classico: niente connessioni, niente handshake, niente ritrasmissioni garantite. I packet vengono trasmessi in broadcast a intervalli periodici – posizione GPS, messaggi brevi, dati meteo, telemetria – e chiunque li riceva può farne quello che vuole, senza che il mittente sappia se siano arrivati o meno. È un sistema pensato per la distribuzione capillare di informazioni su larga scala, non per il dialogo bidirezionale. Ed è proprio per questo che ha resistito al tempo: è semplice, robusto, e funziona bene anche in condizioni di canale difficile. Ne parlo qui.

C’è un ultimo capitolo di questa storia che vale la pena raccontare, perché è forse il più inaspettato: l’APRS è andato letteralmente nello spazio. La Stazione Spaziale Internazionale ospita dal 2000 stazioni radio amatoriali nell’ambito del programma ARISS (Amateur Radio on the International Space Station), e tra le modalità operative c’è proprio il packet APRS. Una delle radio a bordo, nel Columbus Module, funziona come digipeater packet sulla frequenza 145.825 MHz. Basta una semplice radio VHF e un’antenna decente per inviare un packet AX.25 verso la ISS mentre passa sopra la propria testa e vederlo riapparire sulla rete APRS globale, rimbalzato dallo spazio.
Anche alcuni microsatelliti amatoriali portano a bordo transponder APRS, estendendo ulteriormente la copertura della rete.
Un protocollo nato negli anni ’70 viaggia ancora oggi nello spazio.
Difficile immaginare una dimostrazione più eloquente della sua longevità.

In sintesi

Nel radiantismo, il “packet” non è solo un blocco di dati, ma un concetto che ha cambiato il modo di pensare le comunicazioni: introduce l’idea di informazione suddivisa in unità autonome, rende possibile la comunicazione affidabile su canali rumorosi e permette la creazione di reti distribuite senza infrastrutture centralizzate.

E, soprattutto, ha rappresentato – già alla fine degli anni ’70 – la prima vera dimostrazione pratica che una rete dati wireless globale non solo era possibile, ma poteva essere costruita con mezzi relativamente semplici. Oggi il packet radio classico è in gran parte storia, ma continua a vivere nell’APRS e, soprattutto, nell’eredità tecnica che ha lasciato: un modo di pensare le reti che è diventato lo standard del mondo moderno.