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Il paradosso della voce digitale nel radiantismo

Quando si parla di radiantismo, ci sono alcuni concetti che vengono immediatamente alla mente: sperimentazione, condivisione delle conoscenze, autoistruzione tecnica e libertà di comprendere ciò che utilizziamo. È questo, in fondo, uno degli aspetti che da sempre distingue il nostro hobby da una semplice attività di utilizzo delle telecomunicazioni.

Negli ultimi vent’anni, però, il mondo delle comunicazioni radioamatoriali in VHF e UHF ha subito una profonda trasformazione grazie alla diffusione dei sistemi digitali. Oggi è possibile effettuare collegamenti attraverso reti mondiali utilizzando apparati portatili dal costo relativamente contenuto, sfruttando infrastrutture radio e IP che hanno portato il radiantismo verso scenari impensabili solo pochi decenni fa.

DMR, D-Star e C4FM sono ormai realtà consolidate e diffuse in tutto il mondo. Sono sistemi tecnologicamente maturi, affidabili e in grado di offrire funzionalità che l’analogico non può garantire. Eppure, proprio qui si nasconde quello che considero uno dei più grandi paradossi del radiantismo moderno.

La voce digitale radioamatoriale è davvero “radioamatoriale”?

La domanda può sembrare provocatoria, ma merita qualche riflessione.

Se prendiamo un qualsiasi sistema analogico tradizionale, un radioamatore può studiarne il funzionamento, comprenderne ogni singolo elemento e, almeno teoricamente, realizzarne un’implementazione completamente autonoma. Possiamo costruire un trasmettitore CW, un ricevitore SSB o un apparato FM partendo dalla documentazione tecnica disponibile, modificandolo e sperimentando soluzioni diverse.

Con la voce digitale le cose cambiano sensibilmente.

I tre principali sistemi oggi utilizzati dai radioamatori condividono una caratteristica spesso poco evidenziata: sono tutti basati, in misura diversa, su tecnologie proprietarie. In particolare, il cuore di questi sistemi è rappresentato dai codec vocali utilizzati per comprimere la voce in poche migliaia di bit al secondo, consentendone la trasmissione su canali radio estremamente stretti.

Naturalmente non c’è nulla di “sbagliato” nell’utilizzare tecnologie proprietarie. Sarebbe intellettualmente scorretto sostenere il contrario. La loro diffusione ha permesso di costruire reti mondiali di ponti ripetitori, realizzare apparati economici e rendere la voce digitale accessibile a migliaia di radioamatori.

Il punto, però, è un altro.

Un sistema può essere perfettamente utilizzabile senza essere completamente studiabile.

Ed è qui che emerge il paradosso.

Il servizio di radioamatore nasce con finalità di autoistruzione e sperimentazione tecnica. Storicamente siamo sempre stati abituati a considerare la radio come qualcosa che può essere compresa fino all’ultimo componente, modificata, migliorata e persino costruita da zero. Oggi, invece, utilizziamo quotidianamente sistemi di comunicazione che contengono vere e proprie scatole nere tecnologiche delle quali possiamo conoscere il comportamento, ma non il funzionamento interno.

Pensiamo ad esempio al DMR. Molti lo considerano uno standard aperto perché alcune sue specifiche sono pubbliche e perché è ampiamente implementato da numerosi produttori. In realtà, per realizzare un apparato pienamente compatibile è necessario utilizzare componenti tecnologici che non possono essere implementati liberamente.

Lo stesso vale, con sfumature diverse, per D-Star e C4FM.

Questo non significa che tali sistemi siano “meno validi” dal punto di vista tecnico. Significa semplicemente che rappresentano un compromesso tra apertura, praticità e diffusione commerciale.

È un compromesso che il radiantismo ha accettato, probabilmente anche con entusiasmo, perché i vantaggi operativi sono evidenti. Tuttavia, è un aspetto che raramente viene discusso quando si parla di voce digitale.

Negli anni abbiamo quasi smesso di chiederci se un radioamatore debba essere in grado di comprendere integralmente il sistema che utilizza. Ci siamo abituati all’idea che sia sufficiente premere il PTT e lasciare che sofisticati algoritmi proprietari facciano il loro lavoro.

Forse non c’è nulla di male in questo. Oppure forse abbiamo semplicemente spostato l’equilibrio tra sperimentazione e utilizzo verso quest’ultimo aspetto.

Fortunatamente, negli ultimi anni sono nati progetti che cercano di recuperare alcuni dei principi storici del radiantismo digitale. Codec2 e il protocollo M17 rappresentano probabilmente il tentativo più interessante di realizzare un ecosistema completamente aperto, documentato e liberamente implementabile, riportando al centro la possibilità di studiare, modificare e sperimentare ogni singolo elemento della catena di comunicazione.

In un’altra parte del mio sito ho già affrontato il tema della conversione della voce in formato digitale e del funzionamento dei codec vocali. In questa sezione cercherò invece di analizzare le tecnologie oggi disponibili nel radiantismo VHF e UHF con uno sguardo più ampio, che non si limiti alle caratteristiche degli apparati o alla qualità audio percepita.

Cercheremo di capire cosa si nasconde dietro gli acronimi che utilizziamo quotidianamente e quali siano i compromessi tecnici e filosofici che ciascun sistema porta con sé.

Il mio obiettivo non è certo stabilire quale sistema sia “migliore”, ma comprendere come siamo arrivati all’attuale panorama tecnologico e porci una semplice domanda che, forse, ogni radioamatore dovrebbe farsi almeno una volta:

Un sistema di comunicazione può dirsi davvero radioamatoriale se non possiamo comprenderlo integralmente?

Gli argomenti di questa sezione:


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