Quando internet andava in radio
Radioamatori e Packet Radio
Quando si parla di digitale, si tende spesso a immaginarlo come qualcosa di recente, quasi una rivoluzione degli ultimi anni. In realtà, molte delle idee che oggi diamo per scontate – Internet, le reti, il wireless – affondano le radici molto più indietro nel tempo. E, cosa che sorprende molti, i radioamatori hanno avuto un ruolo tutt’altro che marginale in questa storia.
Tutto parte da un concetto che oggi sembra ovvio, ma che negli anni Sessanta era quasi visionario: mettere in comunicazione reti diverse tra loro. All’epoca esistevano sistemi separati, come ARPANET, la rete NPL inglese o la CYCLADES francese. Ognuna funzionava con regole proprie, come se parlasse una lingua diversa. L’idea era quella di creare un “linguaggio comune” e farle dialogare: nacque così il concetto di internetworking, cioè una rete fatta da altre reti.
In quel contesto comparvero anche termini che oggi usiamo senza pensarci troppo. Il gateway, per esempio, era il dispositivo che metteva in comunicazione due reti diverse – capace di tradurre tra protocolli differenti, non solo di instradare pacchetti. E il termine internet, scritto con la minuscola, indicava semplicemente un insieme di reti interconnesse, una delle tante possibili.
La vera svolta arrivò quando Vinton Cerf e Robert Kahn svilupparono il protocollo TCP/IP. Il momento simbolico fu il 1° gennaio 1983, il famoso flag day, quando ARPANET adottò ufficialmente questo nuovo sistema. Da lì in poi, la “rete di reti” smise di essere un’idea teorica e diventò qualcosa di concreto. Quella rete crebbe così tanto da diventare la rete per eccellenza: da internet si passò a Internet, con la maiuscola.
In questa storia, spesso raccontata solo dal punto di vista accademico o militare, c’è però un altro filone parallelo: quello dei radioamatori. Molti dei pionieri delle reti erano anche radioamatori, e portarono con sé un approccio molto particolare: meno teorico e più pratico, fatto di esperimenti, tentativi, errori e soluzioni ingegnose.
Il loro contributo fu fondamentale perché dimostrarono una cosa semplice ma rivoluzionaria: la trasmissione a pacchetto non funzionava solo sui cavi, ma anche nell’etere. E l’etere, a differenza di un cavo, è un ambiente ostile: c’è rumore, interferenze, segnali che vanno e vengono. Eppure, proprio lì, riuscirono a far funzionare reti digitali.
Nel 1978, il Montreal Amateur Radio Club in Canada effettuò le prime trasmissioni packet radioamatoriali documentate su frequenze VHF. Poco dopo, intorno al 1979-1980, Doug Lockhart, VE7APU, del Vancouver Area Digital Communications Group (VADCG), sviluppò il primo Terminal Node Controller –
Alla fine degli anni ’70 iniziarono le prime sperimentazioni serie.
Nel 1978, il Montreal Amateur Radio Club in Canada effettuò le prime trasmissioni packet radioamatoriali documentate. Poco dopo, intorno al 1980, il Vancouver Area Digital Communications Group (VADCG) sviluppò uno dei primi Terminal Node Controller (TNC) standardizzati, rendendo possibile l’uso del protocollo AX.25 – una variante radioamatoriale dell’X.25 – con apparati accessibili alla comunità. Il TNC era un dispositivo – in pratica un microcomputer dedicato – che permetteva a un computer di interfacciarsi con una radio, usando il protocollo AX.25, una versione adattata per uso radioamatoriale dell’X.25. La cosa geniale era che gli indirizzi non erano numeri astratti, ma i nominativi radioamatoriali stessi: la rete aveva già dentro di sé la comunità che la utilizzava.
Quasi contemporaneamente si formarono altri gruppi pionieristici. Hank Magnuski, KA6M, e la Pacific Packet Radio Society (PPRS) attivarono nel dicembre 1980 il primo ripetitore packet negli USA, a San Francisco. Nel 1983, la Tucson Amateur Packet Radio (TAPR) produsse il primo TNC disponibile in forma di kit completo – il TNC-1 – rendendolo accessibile a migliaia di radioamatori. Non si trattava di prodotti commerciali costosi, ma di kit, progetti, documentazione condivisa. Era un approccio che oggi chiameremmo open source, ma che allora era semplicemente lo spirito del radiantismo.
Le reti iniziarono a crescere grazie ai digipeater, nodi che ricevevano e ritrasmettevano i pacchetti. In questo modo si potevano coprire distanze sempre maggiori, collegare città diverse, creare vere e proprie reti distribuite. Le velocità erano modeste – 1200 baud in VHF, 300 baud in HF – ma il concetto era completamente nuovo: dati digitali che viaggiavano via radio, instradati da nodo a nodo.
Con il tempo, queste reti divennero più intelligenti. Sistemi come Net/ROM e FlexNet introdussero il routing dinamico: i nodi imparavano da soli quali percorsi funzionavano meglio. Non era più una semplice catena di ripetitori, ma una rete vera e propria, capace di adattarsi.
Il passo successivo fu quasi inevitabile: portare direttamente Internet via radio. Questo avvenne grazie al lavoro di Phil Karn, KA9Q, che nel 1985 sviluppò KA9Q NOS, un’implementazione completa del TCP/IP per personal computer. Per la prima volta si potevano usare comandi come ping, ftp o telnet… via radio. Con il codice sorgente liberamente disponibile, molti radioamatori contribuirono al progetto, che divenne in breve uno dei software più diffusi nell’ambiente packet.
Su queste basi nacque AMPRNet, una rete globale basata su indirizzi IP reali. Il blocco 44.0.0.0/8 – oltre sedici milioni di indirizzi IP – era stato ottenuto già nel 1981 da Hank Magnuski, KA6M, con grande lungimiranza, prima ancora che Internet diventasse pubblica. La gestione fu poi affidata a un gruppo di volontari, tra cui Phil Karn e, dal 1985, Brian Kantor, WB6CYT, della University of California San Diego, che coordinò le assegnazioni a livello mondiale per decenni. A quel punto, non c’era più distinzione netta tra reti cablate e radio: i pacchetti TCP/IP potevano viaggiare indifferentemente su entrambe.
Io, nel mio piccolo, collegai le due cose: interfacciai la rete packet ad a FidoNet, la prima rete telematica globale accessibile al pubblico comune – non solo agli addetti ai lavori – che avevo introdotto in Italia l’anno prima, nel 1984, aprendo il primo nodo italiano.”
È interessante notare come tutto questo avvenisse in parallelo al mondo “ufficiale”. Da una parte c’erano grandi infrastrutture, costose e complesse; dall’altra, i radioamatori costruivano reti funzionanti con mezzi limitati, spesso autocostruiti. Era una sorta di doppio binario: da un lato la ricerca istituzionale, dall’altro la sperimentazione diffusa.
Il packet radio divenne così un vero laboratorio a cielo aperto. Con un PC, un TNC e una radio VHF, chiunque poteva entrare in una rete digitale globale. Era una forma di innovazione partecipata, basata sulla condivisione delle conoscenze e sull’ingegno individuale.
Con l’arrivo degli anni ’90 e la diffusione di Internet commerciale, più veloce e facile da usare, il packet radio perse gradualmente importanza operativa. Ma il suo impatto è rimasto enorme. I radioamatori avevano già dimostrato, anni prima, che era possibile costruire reti wireless affidabili, resilienti e distribuite.
In un certo senso, tutto quello che oggi consideriamo normale – dal Wi-Fi alle reti mobili – era già stato anticipato, in forma embrionale, da quelle esperienze. Il packet radio non è stato solo una tecnologia, ma una vera palestra di idee: un modo concreto di immaginare e costruire il futuro delle comunicazioni, quando quel futuro non era ancora evidente a nessuno.
Nella foto: a destra un TNC AEA PK87 (1987), basato su Z80, a sinistra un TNC autocostruito (2016) basato su un arduino nano.

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