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In questa pagina voglio condividere il mio modo di mettere insieme una stazione radio essenziale e a costo contenuto, una configurazione che ricalca da vicino quella che utilizzo per la mia attività mobile. Non ha alcuno scopo pubblicitario: le attrezzature citate sono frutto delle mie scelte personali, motivate nel testo, e servono unicamente come spunto di riflessione per chi vuole orientarsi nel mare di opzioni disponibili.

L’obiettivo è offrire un percorso pratico a chi si avvicina al radiantismo, mettendo da parte hype, mode e convinzioni consolidate che spesso confondono più di quanto aiutino. Qui parliamo di numeri, di logica tecnica e di come costruire qualcosa di efficace senza investimenti importanti.

Ho scelto consapevolmente una soluzione QRP come punto di partenza. È, a mio avviso, l’approccio più sensato per iniziare: permette di imparare davvero come “respira” la radio, costa meno, semplifica molte scelte operative e soprattutto consente di sperimentare in sicurezza, evitando il più comune fraintendimento sulla potenza. La realtà è che i watt non sono l’elemento decisivo nella maggior parte delle situazioni, come dirò più avanti nel testo.

Quello che segue non è un ricettario, ma una traccia: un modo per capire cosa serve davvero per partire, per valutare ogni componente con spirito critico e per costruire una stazione che abbia senso per le tue esigenze, non per le mode del momento.

QRP: la potenza non è tutto

La potenza dei 100WLa potenza di un apparato viene spesso percepita come il parametro principale nella scelta di una radio, quasi il metro definitivo per distinguere quella seria da quella limitata. È un riflesso comune e comprensibile: la potenza è un numero semplice, immediato, rassicurante. Nella cultura radiantistica mainstream i 100 watt sono considerati il minimo sindacale.

Per questo, apparati con potenza intorno ai 10 watt (QRP) vengono talvolta percepiti come una sorta di diminutio capitis, una scelta di ripiego, come se operare con basse potenze significasse fare meno radio, o una radio più debole, meno autorevole, meno efficace. In realtà è l’esatto opposto: il QRP non è una versione ridotta del radiantismo, ma una pratica più tecnica, più consapevole e orientata alla qualità dell’intera catena, non soltanto alla potenza del finale.

Chi opera in QRP non rinuncia alla radio: rinuncia alla scorciatoia della potenza, sostituendola con progettazione, cura dell’antenna, attenzione alla propagazione e piacere della sperimentazione. La vera diminutio, se c’è, riguarda solo il numero dei watt; non certo le competenze, la soddisfazione o la qualità dell’esperienza radiantistica.

Con pochi watt non si dispone della forza bruta che permette di compensare antenne mediocri o installazioni compromesse. Si ha invece l’obbligo – e il piacere – di curare ogni dettaglio della catena. È per questo che molti colleghi scoprono che operare in QRP significa innanzitutto operare con antenne migliori, più efficienti e meglio posizionate. E spesso, proprio grazie a queste attenzioni, il QRP funziona sorprendentemente bene. Un aiuto significativo è arrivato dall’FT8 e, più in generale, dalle tecnologie weak signal, che hanno ampliato enormemente l’orizzonte del QRP.

I numeri, poi, vanno contestualizzati. Il rapporto fra 100 W e 10 W è di 10 dB; in ricezione un punto S vale circa 6 dB. A parità di installazione, questo significa perdere poco più di un punto e mezzo lato corrispondente: un segnale S9 diventa S7+, comunque più che dignitoso per un collegamento in fonia. Ottimizzando il sistema – cavi e antenna – il risultato può migliorare senza grandi difficoltà. Certo, non è il setup ideale per fare DX in SSB, ma se lo scopo è divertirsi, va benissimo.

C’è poi un altro aspetto che spesso non viene percepito finché non si inizia a operare in QRP: tutto il resto dell’attrezzatura diventa più economico, più leggero e molto più sicuro per la sperimentazione.
Con pochi watt i cavi possono essere sottili, leggeri e a basso costo; i balun, gli accordatori e gli unun possono essere autocostruiti senza rischiare saturazioni o surriscaldamenti; i carichi fittizi costano pochi euro e sono facili da realizzare; i wattmetri possono essere strumenti semplici e a bassa potenza; batterie ed alimentatori sono piccoli ed economici. Puoi provare antenne strani, configurazioni borderline, soluzioni improvvisate… senza la paura di distruggere nulla.

Il QRP, insomma, apre una dimensione di libertà che la media potenza non consente così facilmente. Con un apparato da 100 watt devi sempre preoccuparti degli assorbimenti, del corretto dimensionamento, del rischio di danneggiare accordatori, balun, connettori o finali. In QRP, invece, sperimenti con leggerezza: sbagliare costa poco e non fa danni.

È chiaro però che in termini di affidabilità del QSO, il QRP non è la stessa cosa del 100 watt: in fonia richiede pazienza, in digitale funziona sorprendentemente bene, mentre in CW dà il meglio. Ma l’aspetto decisivo resta uno: se l’antenna è ottima, il QRP rende sorprendentemente bene; se l’antenna non lavora, nulla può compensare quei pochi watt.

Per molti radiantisti questa combinazione – poca potenza, antenne curate, strumentazione economica e libertà totale di sperimentazione – rappresenta la forma più pura e gratificante del radiantismo tecnico. Non perché sia migliore, ma perché porta a capire davvero come funziona la radio. E quando vuoi, puoi comunque passare alla media potenza aggiungendo un semplice booster; ma con la consapevolezza di chi sa già tirar fuori il massimo anche da un singolo watt.

Apparati a confronto

Una scelta difficileScegliere un apparato è oggettivamente difficile, con un’offerta ormai estremamente ampia, e ognuno di noi ha i propri criteri di valutazione. Una volta prevaleva il passaparola; oggi c’è Internet, che però spesso fornisce dati discordanti. Più che alle recensioni – che riflettono impressioni soggettive e legate alla singola esperienza d’uso – è più sensato affidare la scelta ai numeri. Mi riferisco ai parametri chiave misurabili: quelli dichiarati dal costruttore sono un primo riferimento, ma ancora meglio sono le misurazioni indipendenti effettuate da laboratori specializzati, come ARRL o Sherwood Engineering, che offrono dati oggettivi e comparabili.

È bene ricordare che l’aspetto ricevente è molto più importante di quello trasmittente: puoi avere anche un kilowatt in antenna, ma se non riesci a sentire il corrispondente, il QSO non si fa. La qualità della ricezione, la sensibilità e la selettività del ricevitore sono quindi parametri decisivi, spesso più rilevanti della potenza in uscita.

Un altro elemento da non trascurare è la semplicità operativa. Gli apparati QRP, per loro natura, sono compatti e con poco spazio per comandi diretti. Questo comporta un’interfaccia essenziale che può sembrare limitante, ma in realtà spinge l’operatore a concentrarsi sull’essenziale, riducendo la complessità e favorendo un approccio più consapevole alla pratica radiantistica. Talvolta, come vedremo, un’eccessiva quantità di opzioni può diventare un problema.

I parametri

Come dicevo, i parametri principali da valutare — quelli che danno una visione complessiva del funzionamento del ricevitore — sono i seguenti:

Parametro Significato tecnico Impatto pratico
Sensibilità Capacità del ricevitore di rilevare segnali deboli sopra il rumore. Permette di decodificare QSO anche con pochi watt; fondamentale per weak signal e modi digitali (FT8, JT65).
Noise floor (MDS) Livello minimo di segnale distinguibile dal rumore interno. Più basso è il noise floor, più segnali marginali diventano udibili. Essenziale per sfruttare propagazione e segnali al limite.
Blocking dynamic range Resistenza del ricevitore a segnali forti vicini alla frequenza di ascolto. Evita che segnali forti schiaccino quelli deboli. Cruciale in contest, bande affollate o ambienti urbani.
Mixing dynamic range Influenza del rumore di fase dell’oscillatore locale su segnali deboli accanto a segnali forti. Garantisce ascolto pulito anche in presenza di stazioni potenti vicine. Migliora la qualità del QSO in scenari reali.

Sensibilità: misura la capacità del ricevitore di distinguere segnali deboli dal rumore. È normalmente espressa in microvolt (μV), più raramente in dBm. Dipende dalla larghezza di banda: in CW, con filtri stretti, la sensibilità è migliore rispetto all’AM, che usa filtri più larghi. I valori vanno quindi confrontati modo per modo.

Noise floor: rappresenta il livello minimo di segnale percepibile come tale dal ricevitore. Più è basso, più il ricevitore risulta “silenzioso”.

Dinamica: indica la capacità del ricevitore di gestire segnali deboli in presenza di segnali forti su frequenze vicine. Comprende due valori: Blocking, che misura la capacità di non degradare di fronte a segnali forti; e Mixing, che valuta quanto il rumore interno influisce sulla ricezione di segnali deboli accanto a segnali forti. Una buona dinamica è essenziale in bande affollate o in zone con alta densità di operatori.

Parametri del trasmettitore

Parametro Significato tecnico Impatto pratico
Potenza d’uscita Potenza RF disponibile al connettore d’antenna. Maggiore potenza, maggiore segnale, ma con resa non lineare: 3 dB per ogni raddoppio.
Soppressione spurie e armoniche Capacità del trasmettitore di non generare segnali indesiderati fuori banda. Critica per rispetto delle normative e per non disturbare altri servizi; valori bassi indicano maggiore pulizia e meno spreco energetico.
Intermodulazione (IMD) Valuta la linearità del trasmettitore. IMD basso significa modulazione più chiara e meno distorsione.

Potenza d’uscita: è il parametro più immediato, ma non il più importante. Sapere che un apparato eroga 5, 10 o 100 watt è utile, ma ciò che conta davvero è che quella potenza sia stabile, lineare e pulita. Nel QRP, dove la potenza è poca, la qualità del segnale diventa ancora più rilevante.

Soppressione di spurie e armoniche: ogni trasmettitore produce segnali indesiderati. Le armoniche sono multipli della frequenza fondamentale, mentre le spurie possono cadere in bande completamente diverse. Una buona soppressione è fondamentale per operare correttamente e non creare interferenze.

Intermodulazione (IMD): misura la “pulizia” del segnale. Un IMD elevato significa distorsione della voce o del CW e prodotti indesiderati. Un IMD basso corrisponde a un segnale più gradevole, intellegibile e meno invasivo.

Per chi opera in portatile, un parametro importante è il consumo, soprattutto in ricezione. Valori più contenuti aumentano l’autonomia delle batterie.

Funzionalità

Ci sono poi funzionalità aggiuntive da considerare. Un elenco non esaustivo:

  • VOX (Voice Operated Transmission): permette di andare in trasmissione automaticamente con la voce (SSB) o con il tasto (CW), senza premere PTT. Comodo per operare a mani libere.
  • Speech processor: sistema di elaborazione che rende la modulazione più “robusta”, aumentando l’intelligibilità.
  • Keyer: facilita l’uso dei paddle in CW, generando automaticamente punti e linee.

Nel concreto

Questa è una tabella comparativa per alcuni apparati QRP, o entry level, che ho avuto nel tempo nella mia disponibilità. I dati sono omogenei, e tutti riferiti alla banda dei 20m (14MHz).
Come è possibile vedere, nenostante copra un lasso di tempo molto ampio, i numeri non sono alla fine molto dissimili.

Parametro Xiegu G106 (2022) Yaesu FT‑817 (2001) Icom IC‑703 (2003) Yaesu FT‑747GX (1987)
Sensibilità (MDS/MDR) ~0,3 µV (–127 dBm) ~0,25 µV (–131 dBm) ~0,2 µV (–132 dBm) ~0,25 µV (–131 dBm)
Noise floor (SSB) –127 dBm –131 dBm –132 dBm –131 dBm
Blocking factor (2 kHz) ~94 dB ~90 dB ~95 dB ~95 dB
Mixing dynamic range ~70 dB ~72 dB ~74 dB ~70 dB
Spurie TX –40 dBc –45 dBc –50 dBc –40 dBc
IMD TX (3° ordine) –28 dB –30 dB –32 dB –30 dB
Corrente in RX ~0,32 A ~0,45 A ~0,6 A ~1,2 A
Corrente in TX <2 A ~2 A ~3 A ~20 A
Potenza di uscita >5 W 5 W 10 W 100 W
Note SDR entry‑level, FM broadcast RX Multibanda HF/VHF/UHF QRP HF+6m, ATU integrato Entry‑level HF classico
G106 FT817 IC703 FT847

Dell’FT-747 esisteva anche la versione SX, con 10W di potenza di uscita.
Nel prosiuego farò riferimento al G106, che è l’apparato che al momento uso nella attività in mobile, e che a momento è il ricetrasmettitore completo più economico sul mercato.
Ci sono comunque alternative ancora più economiche, come uSDX o TruSDX SDR, che però non coprono tutto lo spettro delle HF.

Ovviamente la scelta non dipende solo dai risultati delle misure, ed entrano in gioco tanti altri fattori, non ultimo il feeling che spesso si crea verso un determinato prodotto.

Aggiungo una considerazione finale. Gli apparati più datati hanno tutti i comandi fisici, al più con due funzioni. Gli apparati più moderni hanno progressivamente spostato funzionalità prima gestite da pulsanti in menù di setup. Questi menù sono andati progressivamente arricchendosi, ed anche apparati da stazione base arrivano a contare le voci di configurazione a centinaia. La tabella dei submenu dei tasti funzione
In più gli apparati QRP, che solitamente sono anche compatti – e quindi con poco spazio per i comandi – risolvono il problema assegnando molte funzioni agli stessi, pochi tasti. La contropartita è che spesso, anche solo per vedere se una determinata funzione è attiva o meno, è necessario scorrere liste di funzioni prima di arrivare al punto.
E’ un approccio inevitabile, ma che rende più complessa l’operabilità dell’apparato, e che può creare problemi in una collegamento critico.
Io per questi casi mi creo una scheda che riporta le combinazione dei submenu, nella foto c’è quella dei tre tasti funzione dell’FT-897, che è un altro buon apparato entry level. A queste si aggiungono le 92 voci di menù.

Spesso si pensa che avere un apparato con moltissime funzioni sia sempre un vantaggio, ma per chi comincia non è così. Un ricetrasmettitore semplice, con pochi controlli e un menù ridotto, permette di concentrarsi sull’essenziale: ascoltare, trasmettere e capire come si comporta la radio in condizioni reali. Questo approccio diretto aiuta a sviluppare l’orecchio e la manualità, senza perdersi tra decine di voci di menù o tasti multifunzione che spesso si usano raramente. Al contrario, un apparato ricco di opzioni può diventare dispersivo: la complessità rischia di trasformarsi in ostacolo, rallentando l’apprendimento e rendendo l’esperienza meno intuitiva. Per questo, soprattutto all’inizio, la semplicità operativa è spesso più preziosa della ricchezza di funzioni.